Accettazione dell’eredità: quando si diventa eredi senza una dichiarazione formale
Quando una persona muore, chi è indicato dalla legge o dal testamento come successore non diventa automaticamente erede. Nel sistema giuridico italiano, infatti, l’eredità deve essere accettata.
L’accettazione può avvenire in modo formale, con una dichiarazione davanti a un notaio o al cancelliere del tribunale (la cosiddetta accettazione espressa), oppure attraverso comportamenti concreti. È qui che entra in gioco l’accettazione tacita dell’eredità, una situazione che spesso crea dubbi e problemi pratici.
Si parla di accettazione tacita quando il successore compie un atto che fa presumere la volontà di accettare l’eredità e che non potrebbe compiere se non in qualità di erede. Capire il confine tra semplice gestione dei beni e accettazione vera e propria è fondamentale, perché le conseguenze possono essere molto pesanti, soprattutto sul piano dei debiti.
Chiamato all’eredità ed erede: qual è la differenza
Al momento dell’apertura della successione, i successori assumono la qualifica di chiamati all’eredità. Questo significa che hanno il diritto di decidere se accettare o rinunciare, ma non sono ancora proprietari dei beni.
Il chiamato può compiere alcuni atti per evitare che il patrimonio si deteriori o vada perso. Può amministrare temporaneamente i beni, vigilare su di essi o difenderli da terzi. Diventa erede solo nel momento in cui accetta l’eredità, in modo espresso o tacito.
Quando un comportamento fa diventare eredi automaticamente
Il rischio principale per il chiamato è oltrepassare, anche senza volerlo, la linea che separa la semplice amministrazione dall’accettazione tacita.
La legge individua due elementi fondamentali per riconoscere un’accettazione tacita: l’atto compiuto presuppone la volontà di accettare l’eredità e non potrebbe essere effettuato se non da chi si considera già erede.
Si tratta, in genere, di atti che vanno oltre la conservazione dei beni e che implicano una vera e propria gestione o disposizione del patrimonio. Il problema è che questi atti possono essere compiuti in buona fede, con l’idea di “sistemare le cose”, ma le conseguenze sono molto serie. L’erede, infatti, risponde dei debiti del defunto anche con il proprio patrimonio personale.
Conta davvero l’intenzione di accettare?
Per molto tempo si è discusso se fosse necessaria la reale intenzione di accettare l’eredità. Oggi l’orientamento prevalente è chiaro: conta l’atto, non l’intenzione.
Se il chiamato compie un’azione che, per sua natura, spetta solo all’erede, ne assume automaticamente la qualifica. Questo vale anche se non era consapevole delle conseguenze o se aveva manifestato a parole la volontà di non accettare.
Gli atti che non costituiscono accettazione tacita
Non tutte le azioni compiute dal chiamato portano all’accettazione dell’eredità. Restano fuori tutti gli atti di natura conservativa o di amministrazione temporanea.
Rientrano in questa categoria, ad esempio, il pagamento di un debito del defunto con denaro personale, la registrazione o la pubblicazione del testamento, la richiesta di sequestro dei beni ereditari per proteggerli, la presentazione di una denuncia contro chi si è appropriato indebitamente dei beni o la consegna degli stessi all’esecutore testamentario.
In questi casi il chiamato agisce per tutelare il patrimonio, non per appropriarsene.
Gli atti che valgono come accettazione tacita
Diversa è la situazione quando il chiamato si comporta come se i beni fossero già suoi. In questi casi si verifica l’accettazione tacita.
Sono considerati atti di accettazione, ad esempio, l’incasso di un assegno intestato al defunto, la riscossione di un credito, la concessione di un’ipoteca su un immobile ereditario, l’accettazione di somme di denaro spettanti all’eredità o l’esercizio di azioni legali riservate all’erede, come l’azione di riduzione.
Dichiarazione di successione: equivale ad accettare l’eredità?
Una delle domande più frequenti riguarda la dichiarazione di successione. La risposta è rassicurante: presentarla non significa accettare l’eredità.
La dichiarazione e il pagamento dell’imposta hanno una funzione esclusivamente fiscale. Servono a comunicare all’Agenzia delle Entrate il trasferimento dei beni e a calcolare il tributo dovuto. Anche il pagamento dell’imposta, di per sé, non comporta accettazione.
In casi particolari, però, la dichiarazione può essere valutata dal giudice come un indizio, se accompagnata da altri comportamenti che fanno pensare a una volontà di accettare.
La voltura catastale è accettazione tacita?
Qui bisogna fare molta attenzione. A differenza della dichiarazione di successione, la voltura catastale è considerata un atto di accettazione tacita.
Con la voltura si comunica al catasto il cambio di intestazione di un immobile, affermando di fatto la propria qualità di proprietario. Non è un semplice adempimento fiscale, ma un atto con rilevanza anche civile, che presuppone la volontà di accettare l’eredità.
Ricorrere contro le tasse di successione comporta accettazione?
Pagare l’imposta di successione per evitare sanzioni rientra negli atti consentiti al chiamato. Diverso è il caso in cui si decida di contestare l’importo richiesto dal fisco.
Presentare un ricorso contro un avviso di accertamento o negoziare una definizione con l’Agenzia delle Entrate significa agire come titolare del patrimonio. In questo caso il comportamento supera i limiti della semplice conservazione e viene considerato accettazione tacita dell’eredità.
