Errore medico: quando dà diritto al risarcimento

Un risultato negativo dopo una cura, un intervento o un ricovero non significa automaticamente che vi sia stato un errore medico e che il paziente abbia diritto a un risarcimento.

La responsabilità sanitaria richiede una valutazione molto più approfondita. Occorre capire se il comportamento del medico o della struttura sia stato corretto, se il paziente abbia effettivamente subito un danno e, soprattutto, se esista un collegamento tra la condotta contestata e le conseguenze lamentate.

La disciplina italiana della responsabilità sanitaria è oggi fortemente influenzata dalla legge 8 marzo 2017, n. 24, nota come legge Gelli-Bianco, che regola diversi aspetti della sicurezza delle cure e della responsabilità degli esercenti le professioni sanitarie.

Quando si può parlare di errore medico

Non esiste una definizione unica valida per qualsiasi caso.

In termini pratici, il problema nasce quando una prestazione sanitaria viene eseguita in modo non conforme a quanto richiesto dalle condizioni concrete del paziente e da tale comportamento deriva un danno.

L’errore può riguardare la diagnosi, la scelta della terapia, l’esecuzione di un intervento, il monitoraggio del paziente oppure la gestione di una complicanza.

La legge n. 24/2017 attribuisce rilevanza, salve le specificità del caso concreto, alle raccomandazioni contenute nelle linee guida e alle buone pratiche clinico-assistenziali.

Questo non significa però che ogni deviazione da una linea guida determini automaticamente responsabilità. La valutazione deve sempre tenere conto della situazione effettivamente affrontata dal sanitario.

Errore medico e complicanza non sono la stessa cosa

Uno degli equivoci più frequenti riguarda la differenza tra errore e complicanza.

Una complicanza può verificarsi anche quando una prestazione sanitaria viene eseguita correttamente.

Un intervento chirurgico, ad esempio, può comportare rischi inevitabili che non dipendono necessariamente da una condotta negligente.

La questione cambia quando la complicanza poteva essere evitata oppure quando, una volta verificatasi, non viene riconosciuta e gestita tempestivamente.

Per questo motivo la sola comparsa di un problema dopo una cura non è sufficiente per affermare che vi sia stata malasanità.

Quali sono gli errori medici più frequenti

Le situazioni possono essere molto diverse.

Una responsabilità può essere ipotizzata in presenza di una diagnosi errata o tardiva, di un intervento eseguito in modo non corretto, di un trattamento non adeguato oppure di una gestione carente del paziente dopo una procedura.

Possono inoltre emergere problemi relativi alla prescrizione o somministrazione di farmaci, alla prevenzione delle infezioni ospedaliere o al monitoraggio di una situazione clinica.

In ogni caso, la valutazione deve partire dai fatti e dalla documentazione sanitaria, non soltanto dal risultato finale.

Diagnosi tardiva: quando può esserci responsabilità

Una diagnosi tardiva può avere conseguenze molto importanti, soprattutto quando la tempestività incide sulle possibilità di cura.

Per comprendere se vi sia stato un errore devono essere analizzati i sintomi presenti al momento degli accessi sanitari, gli esami effettuati e le decisioni adottate dai professionisti.

Non basta dimostrare che la diagnosi sia arrivata tardi.

Occorre anche verificare se una diagnosi tempestiva avrebbe concretamente modificato il decorso della malattia o le possibilità terapeutiche.

Questo secondo passaggio è essenziale per valutare il nesso causale.

Errore chirurgico

Quando il problema nasce durante un intervento chirurgico, la cartella clinica e la documentazione operatoria assumono particolare importanza.

Devono essere analizzati il tipo di intervento programmato, le condizioni del paziente, la tecnica utilizzata e il comportamento tenuto durante e dopo la procedura.

Un esito negativo non dimostra automaticamente che l’intervento sia stato eseguito male.

Può però emergere una responsabilità quando viene individuata una condotta tecnicamente non corretta oppure una gestione inadeguata delle conseguenze postoperatorie.

Errori nella terapia

Anche una scelta terapeutica può essere oggetto di valutazione.

La terapia deve essere coerente con la diagnosi, le condizioni del paziente e le informazioni disponibili in quel momento.

Possono sorgere contestazioni relative alla scelta di un farmaco, al dosaggio, alle controindicazioni oppure alla mancata modifica della terapia nonostante l’assenza di risultati o il peggioramento delle condizioni.

Anche in questi casi deve essere dimostrato che l’eventuale errore abbia effettivamente prodotto un danno.

Infezioni ospedaliere

Le infezioni correlate all’assistenza sanitaria costituiscono un settore particolarmente delicato.

Contrarre un’infezione durante un ricovero non significa automaticamente che l’ospedale sia responsabile.

È necessario valutare le caratteristiche dell’infezione, le condizioni del paziente, le misure di prevenzione adottate e la tempestività con cui l’infezione è stata riconosciuta e trattata.

La responsabilità della struttura può dipendere anche da aspetti organizzativi e dalla gestione complessiva dell’assistenza.

Errore medico in pronto soccorso

Il pronto soccorso opera spesso in condizioni di urgenza e con la necessità di prendere decisioni rapidamente.

Questo non esclude però la necessità di effettuare una corretta valutazione clinica.

Possono diventare rilevanti una dimissione prematura, la mancata esecuzione di approfondimenti necessari oppure il mancato riconoscimento di una situazione urgente.

L’analisi deve sempre tenere conto delle informazioni disponibili nel momento in cui la decisione è stata assunta.

Quale danno deve essere dimostrato

Per ottenere un risarcimento non è sufficiente individuare una condotta sanitaria criticabile.

È necessario che esista un danno.

Può trattarsi di un peggioramento delle condizioni di salute, di postumi permanenti, di una maggiore durata della malattia oppure di altre conseguenze documentabili.

Il danno può avere anche effetti economici, ad esempio quando il paziente deve sostenere nuove spese mediche o perde reddito a causa dell’impossibilità di lavorare.

Il nesso causale tra errore e danno

Questo è uno dei passaggi più importanti.

Occorre dimostrare che il comportamento contestato abbia causato il danno per il quale viene chiesto il risarcimento.

Può infatti verificarsi una condotta non corretta senza che essa abbia realmente modificato l’esito clinico.

In altri casi, invece, il comportamento sanitario può aver provocato direttamente il danno oppure averne aggravato le conseguenze.

La ricostruzione del nesso causale richiede normalmente una valutazione medico-legale.

Responsabilità dell’ospedale e responsabilità del medico

La legge n. 24/2017 distingue la posizione della struttura sanitaria da quella dell’esercente la professione sanitaria e disciplina in modo specifico la responsabilità civile nell’ambito sanitario. La struttura risponde, nei casi previsti, delle condotte dei professionisti dei quali si avvale, mentre per il sanitario possono operare regole differenti a seconda del rapporto concreto con il paziente.

Questa distinzione è importante perché influenza l’impostazione della richiesta risarcitoria.

Prima di agire è quindi necessario individuare correttamente i soggetti potenzialmente responsabili.

Il ruolo della cartella clinica

Quando si sospetta un errore medico, uno dei primi passaggi consiste nell’acquisire la documentazione sanitaria completa.

La cartella clinica permette di ricostruire il percorso del paziente: diagnosi, esami, terapie, interventi, complicanze e condizioni al momento delle dimissioni.

Possono essere importanti anche immagini diagnostiche, referti, tracciati, prescrizioni e documentazione relativa a ricoveri successivi.

Una valutazione basata su documentazione incompleta rischia di portare a conclusioni sbagliate.

Perché serve il medico legale

Una controversia di malasanità non può essere valutata soltanto sotto il profilo giuridico.

Il medico legale esamina la documentazione sanitaria e valuta se vi siano elementi compatibili con una condotta non corretta e quali danni ne siano eventualmente derivati.

A seconda del caso può essere necessario coinvolgere anche uno specialista della disciplina interessata.

Una valutazione tecnica preventiva consente di comprendere se esistano reali presupposti per procedere prima di sostenere i costi di una controversia.

Il paziente deve dimostrare tutto?

La distribuzione dell’onere della prova dipende dal tipo di azione e dal soggetto nei confronti del quale viene proposta.

Nelle controversie sanitarie è quindi importante distinguere la responsabilità della struttura da quella del singolo professionista e individuare correttamente il fondamento della domanda.

La legge Gelli-Bianco ha introdotto una disciplina specifica proprio per differenziare queste posizioni.

Per questo motivo non è consigliabile impostare autonomamente una richiesta basandosi soltanto sull’idea che “il medico ha sbagliato”.

Quando si può chiedere il risarcimento

In termini generali, una richiesta risarcitoria ha senso quando emergono elementi sufficienti per sostenere che una condotta sanitaria non corretta abbia causato un danno.

Devono quindi essere presenti almeno tre elementi:

una condotta censurabile, un danno e un collegamento causale tra i due.

Quando uno di questi elementi manca, la richiesta può risultare priva di adeguato fondamento.

È proprio per questo che la fase iniziale di analisi assume un ruolo decisivo.

È obbligatorio fare subito causa?

No.

Prima di arrivare a un giudizio possono essere utilizzati strumenti volti a chiarire tecnicamente la controversia o favorire una soluzione.

L’articolo 696-bis del Codice di procedura civile disciplina la consulenza tecnica preventiva ai fini della composizione della lite, che può essere utilizzata per accertare e determinare crediti derivanti anche da inesatta esecuzione di obbligazioni o da fatto illecito e prevede un tentativo di conciliazione da parte del consulente.

Nelle controversie sanitarie questo tipo di accertamento tecnico può assumere un ruolo particolarmente importante.

Si può raggiungere un accordo senza processo?

Sì.

Quando la responsabilità e il danno risultano sufficientemente documentati può essere possibile avviare una trattativa con la struttura, il professionista o i soggetti assicurativi coinvolti.

La possibilità di raggiungere un accordo dipende dalla forza della documentazione e dalla distanza tra le valutazioni delle parti.

Accettare una proposta senza una preventiva quantificazione del danno può però essere rischioso.

Prima di definire la controversia è opportuno comprendere quali siano le conseguenze temporanee e permanenti dell’evento.

Come viene calcolato il risarcimento

Non esiste un importo standard per un errore medico.

La quantificazione dipende dalle conseguenze effettivamente subite dal paziente.

Possono essere valutati il danno all’integrità psicofisica, la durata dell’inabilità, eventuali postumi permanenti e le conseguenze economiche.

Nei casi più gravi possono assumere rilevanza anche necessità future di cura, assistenza e perdita della capacità lavorativa.

Per questo motivo diffiderei da qualsiasi stima effettuata senza conoscere la documentazione sanitaria e la valutazione medico-legale.

Quanto tempo si ha per agire

Le richieste di risarcimento sono soggette a termini di prescrizione.

La durata e il momento dal quale il termine comincia a decorrere dipendono dalla natura della responsabilità e dalle caratteristiche concrete della vicenda.

È quindi sconsigliabile attendere troppo.

Oltre al problema della prescrizione, il trascorrere del tempo può rendere più difficile reperire documenti e ricostruire con precisione gli eventi.

Quali documenti bisogna raccogliere

Per una prima valutazione è utile conservare tutto ciò che riguarda il percorso sanitario.

Oltre alla cartella clinica possono essere importanti referti, esami, prescrizioni, documentazione diagnostica, lettere di dimissione e certificazioni relative alle cure successive.

È utile raccogliere anche le prove delle spese sostenute e degli eventuali effetti sulla capacità lavorativa.

Una breve cronologia dei fatti aiuta inoltre a comprendere come si sia evoluta la situazione.

Quando rivolgersi a un avvocato

Può essere utile richiedere assistenza quando esiste un danno significativo e vi sono dubbi sulla correttezza delle cure ricevute.

L’avvocato può coordinare l’analisi giuridica della vicenda con quella medico-legale e verificare quali strumenti possano essere utilizzati.

Per approfondire l’assistenza relativa a errori medici, responsabilità della struttura sanitaria e richieste di risarcimento è possibile consultare la pagina dedicata all’avvocato malasanità a Milano.

Errore medico e risarcimento: da dove iniziare

Quando si sospetta un errore sanitario, il primo obiettivo non dovrebbe essere iniziare immediatamente una causa.

È più importante raccogliere la documentazione completa e sottoporla a una valutazione tecnica.

Solo dopo aver chiarito se vi sia stata una condotta non corretta, quale danno ne sia derivato e se esista un collegamento causale è possibile decidere se procedere con una richiesta di risarcimento.

Questo approccio permette di evitare controversie fondate soltanto sul risultato negativo della cura e di concentrare l’azione sui casi nei quali esistano effettivamente elementi sufficienti per sostenere una responsabilità sanitaria.